Nei licei italiani si studia il latino. Anche se nei miei precedenti articoli ho spesso parlato del greco e delle radici culturali e genetiche della Grecia che ci appartengono (e di cio' lo ribadisco) tuttavia non voglio certo negare l'importanza nella formazione culturale della lingua latina, che potrebbe anche supportarci nello studio del nostro territorio, visto le iscrizioni e i documenti sia di eta' romana (perche', nonostante la popolazione fosse grecofona, la lingua ufficiale restava il latino, anche nella parte orientale dell'Impero, il cui uso della lingua greca e' noto a tutti, fino all'avvento di Eraclio I nel 610 che lo sostituì appunto col greco), sia di eta' post-romea, quando iniziò quel processo di latinizzazione religiosa, culturale, politica e linguistica di cui tante volte si è detto. Ebbene, facciamo una precisazione riguardo un aspetto dello studio del latino nelle scuole italiane: la sua pronuncia. La pronuncia in uso oggi in Italia è la cosiddetta “ecclesiastica”, la pronuncia usata ufficialmente dalla Chiesa Cattolica Romana, raccomandata da Pio X (1835-1914) a tutto il mondo cattolico, che rispecchia una pronuncia volgare della lingua, in uso soprattutto durante il tardo Impero Romano, e i cui sviluppi si vedono chiaramente nell'italiano (ad esempio, “Romanae” = “Romane”; userò un sistema di traslitterazione per favorire coloro che non conoscono l'IPA). Tuttavia, Cesare e Cicerone avevano un altro modo di pronunciare il latino, e la pronuncia di quel periodo è stata ricostruita, per quanto possibile (chiaramente, è molto difficile sapere come realmente gli antichi romani pronunciassero la lingua, e la sua pronuncia era diversa nelle varie zone dell'Impero, esattamente come accade a qualsiasi lingua che abbia un vasto raggio d'azione), ed è per questo che è definita “restituta”, in uso in tutta Europa (tranne in Italia...) e negli Stati Uniti. Ma quali sono le differenze tra questa pronuncia “restituta” e quella ecclesiastica? Nella “restituta” i dittonghi si leggono sempre aperti e distinti , e se l'accento cade sul dittongo, esso si legge sul primo elemento (ad esempio, la parola “Caesar” veniva pronunciata “Càesar”, non “Cèsar” come avviene nella pronuncia ecclesiastica); “y” si legge come la “u” lombarda o francese e la “ü” tedesca, mentre in quella ecclesiastica è letta “y”); il gruppo "ti" si legge come è scritto, non "zi" (pr. eccl.); la "h" si aspira eccetto quando è tra due vocali; i gruppi "gn" e "gl" hanno la “g” gutturale (nella pr. eccl si leggono all'italiana); la "c" e la "g" si leggono sempre dure (come in “cane” e “gatto”); la "v" si legge “u” (la “v”, nella grafia romana, era solamente la minuscola di “U”). Tuttavia, ogni paese risente della pronuncia nazionale. Ma come facciamo a sapere che la pronuncia del latino fosse proprio così? Facciamo un esempio per la “c” che, come detto, nel latino classico era sempre dura. Ciò si capisce grazie alle testimonianze dei grammatici romani: ad esempio, in italiano distinguiamo tra “c” dolce e “c” dura, ma i grammatici non notano questa differenza. Un altro aspetto si ricava dalle trascrizioni greche, che traslitterano, ad esempio, ΚΙΚΕΡΩΝ per “Cicero”, dimostrando così che la “c” latina era sempre dura, mentre un terzo aspetto lo dà il sardo, una tra le lingue romanze più conservative, che ancora oggi usa “kentu” (“cento”; cfr. il lat. “centum”) o “nuke” (“noce”; lat. “nucem”). Un ultimo esempio che mostra l'uso in latino della “c” dura lo si può vedere in parole latine usate in altre lingue, come il tedesco “Kaiser” (imperatore), derivato dal latino “Caesar”. Sarebbe bene che in Italia si insegnassero entrambe le pronunce: anche se non possiamo sapere come un romano colto (la pronuncia “restituta” si basa infatti sulla pronuncia delle persone colte del I secolo a.C.), tuttavia un'idea, come dimostrato, possiamo farcela.
Giuseppe Delfino