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Suicidio annunciato su Facebook: nessuno fa niente
 
05/02/2010 07:00
 
 


di Salvatore Bellantone

Un ragazzo di 17 anni di Ponte di Piave (Treviso) s’iscrive nel gruppo di Facebook “Hai mai pensato di farla finita?” e nessuno prende provvedimenti. Qualche giorno dopo invia le fotografie di una doppietta, appartenente al padre, ad un gruppo dedicato ai fucili a due canne e nessuno si allarma. Alla fine, proprio come aveva meditato, si toglie davvero la vita con il fucile del padre, lasciando ai genitori un bigliettino nel quale spiega il proprio mal di vivere. Ma ci rendiamo conto?!
In questi giorni si discute assiduamente della questione riguardante internet e la libertà di opinione: per quale ragione? Perché si ritiene che il web è utilizzato per disinformare, per ingiuriare, screditare e diffamare personaggi politici e non, per istigare al crimine e alla violenza, per dare libero sfogo a ogni genere di idiozia e volgarità, per programmare reati nella vita out-door (o meglio out-web) e così via. Per questi motivi, molti sono convinti che è necessario censurare tutti quei siti, quelle factory e quei portali di discussione che sono usati nel senso citato sopra. C’è da chiedersi, tuttavia: che cosa si risolve? Oscurando tutte le pagine web che sono usate in questo cattivo modo e impedendo alle persone di esprimere liberamente la propria opinione tramite internet, siamo convinti che tutti diverremo buoni cittadini, onesti, votati alla giustizia, all’informazione documentata, all’uso sensato della ragione e del linguaggio?
Non credo che diventeremo, improvvisamente, tutti quanti degli angeli. Se c’è un problema, questo non è da imputare al web, ma a chi ne fa un cattivo uso. Più esattamente, a chi già nella vita out-door è abituata a fare tutto ciò che ora fa anche su internet. Vale a dire: quanto detto sopra. In questo senso, internet non è altro che lo specchio della vita reale, del modo di pensare e di vivere di chi è connesso. Ma chi, in termini di quantità, è connesso? Facile: una massa di ignoranti, cafoni, volgari, criminali, violenti, stupratori, rapinatori, truffatori, potenti ma soprattutto idioti.
Sì cari lettori! È così! La maggior parte di noi che usiamo il web per riprodurre (o amplificare in peggio) la personalità che abbiamo nella vita reale, siamo ottusi. C’è poco da dire per giustificarci: questa realtà è dimostrata dall’ennesimo suicidio annunciato via internet, poi compiutosi nel silenzio assoluto dei connessi. Nessuno si è preoccupato, nessuno ha denunciato la cosa alle forze dell’ordine, nessuno degli “amici” – non dico quelli reali, ma almeno quelli interattivi – ha informato i genitori né si è recato dal povero 17enne di Ponte di Piave, per perdere qualche minuto a discutere del perché voleva farla finita. Sicuramente chi ha letto il preannuncio di suicidio si è messo a ridere, a scherzarci su o magari a invogliare il ragazzo a compiere quanto aveva segnalato. Proprio come il 19enne Abraham (Florida 2008) che, davanti alla web-cam, diceva di uccidersi e tutti gli altri “connessi” – che lo osservavano in diretta – ridevano, lo incoraggiavano e gli davano addirittura dei suggerimenti per suicidarsi: e alla fine Abraham si è tolto la vita davanti a tutti, incompreso e solo in un mondo di deficienti. La stessa fine, oggi, è toccata al 17enne di Ponte di Piave.
Se questo è vero, se cioè siamo tutti una massa di ebeti, allora cosa si otterrebbe oscurando e censurando il web? Niente. Noi ebeti restiamo lo stesso e quello che non potremmo fare più su internet continueremmo a farlo indisturbati nella vita reale. Tanto, nessuno dice niente a nessun altro: ci piacciamo così, rimbambiti. Ma io non mi piaccio così e vi spiego il perché.
Qualche mese fa, proprio su Facebook, ho letto un annuncio di un tale che voleva “farla finita”: come mi sono comportato, vi chiederete? Non ci vuole un’arca di scienza per capirlo (forse per qualcuno, invece, è necessario spiegare come ci si comporta in questi casi): appena letto, ho risposto a quell’annuncio di un’ora prima chiedendo simpaticamente delucidazioni. Dal momento che dopo qualche minuto l’interessato non rispondeva, ho iniziato a telefonare al suo numero di cellulare: il telefono squillava più e più volte ma nessuno rispondeva. Mi sono preoccupato. Ho continuato a chiamare quel numero e, attendendo che qualcuno rispondesse, controllavo su Facebook se l’interessato rispondeva alla mia richiesta di chiarimento. Mentre ancora facevo squillare il telefono del “presunto suicida”, visualizzo e leggo il “commento” di un altro ragazzo che risponde al messaggio del probabile suicida con le parole: “Sì! Fai bene! Ora mi ammazzo pure io!”.
Di fronte al commento di questo “scimunito” – che ho immediatamente mandato al paese dove si mandano molti ogni dì – tolgo il pigiama, mi cambio, esco di casa e mi rivolgo subito alle forze dell’ordine. Dopo un giro di telefonate tra un commissariato di polizia e l’altro e lasciate tutte le informazioni utili, mobilito le forze dell’ordine per far luce sulla faccenda segnalata: vale a dire, per accertare se si tratta di un “possibile suicidio in corso” o di una burla. Alla fine, dopo qualche minuto di attesa – sono passate quasi due ore dalla data di pubblicazione del preannunciato suicidio – finalmente, viste le mie chiamate senza risposta, l’interessato mi telefona e mi spiega di essere stato contattato dalla polizia. Che cosa è successo? Il presunto suicida chiarisce che è andato a lavoro (dove non può rispondere al cellulare) e che, avendo dimenticato il proprio profilo connesso, i suoi “amici” hanno deciso di impiegare il tempo libero per fare questo scherzo di cattivo gusto. Una volta assicuratomi dell’ottima salute dell’interessato, ho preso la licenza poetica di mandare anche lui e i suoi amici nel paese dove mandiamo molti ogni giorno e sono tornato ai miei impegni. Totale tempo perso: meno di un’ora della mia intera vita.
Perché nel caso del 17enne di Ponte di Piave nessuno si è allarmato? Perché nessuno ha fatto nulla? In breve: perché preferiamo essere tutti quanti come quei deficienti che hanno fatto quello scherzo di cattivo gusto che vi ho appena narrato.
Anziché oscurare e censurare internet, se così stanno le cose, sarebbe necessario impiegare maggiori uomini delle forze armate per controllare la rete ed evitare prontamente che accadono tragedie simili a quella di Ponte di Piave. Se invece dovessero accorgersi di trovarsi di fronte a uno scherzo, gli agenti di polizia devono far capire “legalmente” agli artefici delle burle, che giochi di questo genere è meglio non farli. Stesso dicasi per ogni diffamazione, reato, volgarità e istigazione alla criminalità e alla violenza trovati sul web. Dal momento che siamo in democrazia e l’art. 21 della Costituzione Italiana afferma che “tutti hanno diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”, anziché annichilire o purgare internet, basta sorvegliare e applicare al web gli stessi regolamenti che usiamo nella vita reale. Inoltre, naturalmente, bisogna ri-educare le masse riguardo al buon senso e ai valori necessari per il quieto e dignitoso vivere nella comunità cui apparteniamo. Per questo compito nessuno può ritenersi escluso.
Per finire, cari lettori appartenenti al popolo del WWW, dobbiamo capire che quello che ha valore per la vita reale, lo ha anche su internet, e cioè: ciascuno deve prendersi le proprie responsabilità per quello che fa e dice. Sia chiaro: chi farà un cattivo uso del web e si comporterà come gli “amici” del 17enne di Ponte di Piave o di Abraham, come loro finirà per avere sulla coscienza la morte di qualcuno e di non aver fatto nulla per impedirlo.
 
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