di Salvatore Bellantone -
Proposta per una purificazione del linguaggio - Vol. 1
Quando si affronta la questione religione e religiosità spesso si hanno le idee confuse. Ad esempio, si è soliti considerare la religione allo stesso modo della fede, intendere la religiosità un sinonimo della spiritualità o pensare che la religione coincida in toto con il sentimento popolare. Per evitare questi fraintendimenti, è opportuno conoscere a priori la differenza tra un termine e l’altro; se la si ignora, allora è necessario comprenderla.
Nella storia del genere umano è possibile individuare numerose religioni (oltre un centinaio) raggruppabili secondo tipologie: monoteiste, politeiste, enoteiste, panteiste e animiste. Queste – escluse quelle pagane, tribali e moderne – possono essere distinte a loro volta in tre famiglie: abramitiche, dharmiche, taoiche. Alcune religioni – l’ebraismo, il cristianesimo, l’islamismo – sono dette “rivelate” in quanto hanno origine in una rivelazione (miracolosa, divina, soprannaturale), la quale è codificata nei testi sacri adottati.
Il termine religione deriva dal latino relìgio, la cui etimologia proviene, secondo Cicerone, dal verbo relegere (rileggere), nel senso di una riconsiderazione diligente di ciò che riguarda il culto degli dèi; secondo Tertulliano e Lattanzio, deriva invece dal verbo religàre (legare, vincolare), nel senso di legare l’uomo alla divinità. Qualunque sia la derivazione etimologica, il vocabolo “religione” indica un fatto sociale che si basa su un sistema di idee, credenze, riti, dogmi, divieti, prescrizioni, condotte e strutture gerarchiche, con il quale un gruppo di persone instaura e mantiene un rapporto comune con il sacro. Mediante tale relazione con il divino – che spesso è mediata da sacerdoti, sciamani, pastori – il gruppo cerca (o trova, a seconda della prospettiva) un insieme di valori, di significati e di verità riguardanti la condizione umana e l’ordine cosmico, coi quali regolare la propria vita.
Il lemma “religiosità” misura la condotta – dunque il comportamento – di chi sostiene di appartenere a una precisa religione. Chi mette in opera in modo incondizionato il complesso sistema intellettual-dottrinario, etico, giuridico e rituale mediante il quale una religione assume la propria identità e si differenzia dalle altre, può essere definito “religioso”; chi invece viene meno a un solo fattore di tale sistema è, che lo voglia oppure no, un “irreligioso”. Ad esempio, per dirsi “cattolico”, un individuo deve dimostrare nei fatti di mettere in pratica l’impianto teorico, pratico, giuridico e rituale del cattolicesimo. Se ad esempio non segue messa, non accetta l’autorità dei preti e non aiuta l’altro in ogni momento della propria vita, pur credendo nei vangeli, dà prova di non essere un cattolico.
Si comprende, dunque, che non esiste religiosità al di fuori delle religioni esistenti. Chi afferma di essere un religioso ma non si riconosce in alcuna religione vivente e non ne pratica nessuna, è uno sciocco. Per essere religioso al di fuori delle religioni note, dovrebbe prima inventarsi una propria religione e avere un gruppo di credenti che ne formalizza l’esistenza.
Religiosità e spiritualità non sono dei sinonimi. Dire di essere un religioso non è lo stesso che dire di essere uno spirituale. Se religioso è chi testimonia mediante la propria condotta di appartenere a una religione precisa, “spirituale” è invece chi interpreta l’intera esistenza – fin nelle realtà, negli enti e negli eventi più piccoli e invisibili – all’inverso rispetto a chi la giudica in modo esclusivamente materiale. Diversamente dal termine religioso che riguarda le condotte umane, la parola “spirituale” riguarda il giudizio del singolo individuo. Che vuol dire, però, giudicare l’esistenza secondo una prospettiva materiale? Significa pensare che la verità, il senso, lo scopo della vita si riduca nella fisicità, nell’apparenza, nella corporeità dell’esistenza stessa. Significa escludere dall’interpretazione generale del mondo tutto ciò che non è corpo, non è concreto, tangibile, visibile. Vuol dire estromettere dio. Al contrario, chi è spirituale pensa che la verità, il senso, lo scopo dell’esistenza non si ferma alla sua fisicità, apparenza, corporeità ma riguarda anche l’incorporeo, l’inconsistente, l’intangibile, l’invisibile. In questo senso, chi è spirituale crede che esistano spiriti, anime, forze, angeli, demoni, divinità e simili.
La dimensione del religioso e quella dello spirituale possono toccarsi, nel senso che chi regola la propria condotta così come una religione prescrive, a un tempo vive credendo che dietro gli avvenimenti della propria vita si celi un disegno divino o vi sia l’intervento di spiriti (di cari e amici defunti oppure di angeli o di diavoli). Dal momento che il credere riguarda non la condotta umana bensì il giudizio, è chiaro che le dimensione del religioso e dello spirituale possono sfiorarsi esclusivamente nel mondo interiore (o nella mente) della singola persona. Per questo motivo, sarebbe più opportuno considerare la spiritualità qualcosa di diverso dalla religiosità.